MORENGO

Morengo [moˈrɛŋɡo , moˈreŋɡo] (Morèngh [moˈɾɛŋk] in dialetto bergamasco) è un comune di 2484 abitanti.
Pochi reperti preistorici, una lametta e un raschiatoio in selce, rinvenuti in Campo San Martino (un’area comunemente indicata con il nome di “Morti di San Martino”) lasciano intendere che i primi insediamenti umani si trovavano nella zona a nord ovest dell’abitato, e che erano legati ad un’industria litica. Tale collocazione non è affatto casuale, ma appartiene la più ampio contesto di organizzazione del territorio in età preistorica, regolata dagli assi fondamentali su cui si muoveva la pastorizia transumante. Secondo le ipotesi più recenti infatti la bassa bergamasca era attraversata fin dall’età preistorica da vie lungo le quali avvenivano nelle stagioni intermedie lo spostamento delle greggi dalla pianura, ossia dall’area cremonese e piacentina, alla collina e alla montagna, cioè alla fascia ai piedi di Bergamo e alle sue spalle, verso i pascoli della Maresana e del Canto Alto. Questi sentieri pastorali avevano nell’area di Morengo una zona di attraversamento molto importante, collocata esattamente sul percorso che da Crema, attraverso Mozzanica e Bariano, raggiungeva Morengo e proseguiva per Cologno, Urgnano e Zanica fino alle soglie dei colli di Bergamo da dove poi ritornava per pascoli collocati a quote più alte. Non è improbabile che il territorio di Morengo fosse anche luogo di sosta per le greggi, poiché la fortunata presenza in esso di risorgive ne rendeva fertile la terra e ricca la produzione di erba, mentre la non lontana presenza del fiume Serio, verso est, doveva costituire un’allettante circostanza per greggi e pastori. C’era poi un ulteriore asse di frequentazione protostorica, soprattutto nel tratto compreso fra Ghisalba e Morengo. Le due località infatti presentavano dei “guadi” del fiume che dovevano costituire importanti tappe lungo le vie di comunicazione. Su queste direttrici fondamentali, l’una più pastorale terrestre, l’altra fluviale, si è dunque costruita l’organizzazione del territorio e su di essa si è fondata il suo iniziale sviluppo economico.
Il territorio ha avuto una fase di rinnovata importanza verso la fine del III secolo a.C. quando Roma fonda le due colonie di Cremona e Piacenza, quest’ultima collegata con il nord Italia tramite la via Emilia e poi con la sua “continuazione” che si riallacciava proprio con l’asse Bergamo- Crema.
La villa romana di Morengo probabilmente aveva il suo centro sull’area rialzata di Campo San Martino e si estendeva dai confini di Castel Liteggio a nord-ovest fino al guado di Carpeneto sul Serio verso est. Sicuramente comprendeva edifici illustri in zona Campo San Martino, dove sono stati infatti rinvenuti molti frammenti di intonaco dipinto, della ceramica raffinata e possibili tracce riferibili ad un ninfeo.
Nel XII secolo i diversi interessi del vescovado di Cremona e dell’abbazia di Pontida nel territorio di Morengo danno luogo ad una aperta ostilità fra i due istituti, mentre per il momento la curia di Bergamo si defila dalla contesa dando tutti i suoi possedimenti al monastero cluniacense. Nel 1144, infatti, per ordine diretto del papa Lucio II, il vescovo di Novara di nome Litifredo viene incaricato di stabilire una volta per tutte i limiti dei confini e delle proprietà dell’episcopato di Cremona e dell’abbazia di Pontida nel territorio di Morengo così da porre fine alla lite. Litifredo stabilisce che il priore di Pontida debba cedere al vescovo di Cremona la chiesa di San Martino con i suoi possedimenti vecchi e nuovi. Inoltre rende a Cremona la quarta parte delle decime “tranne quelle delle terre che i monaci coltivano per proprio conto, così come impone l’autorità della chiesa di Roma, e in totale tutti i diritti tanto temporali quanto spirituali” su quella chiesa.
Attraverso questi avvenimenti di carattere e interesse economico è possibile comprendere la conformazione del borgo di Morengo in quegli anni che appare come chiuso da mura in cui si aprono almeno due porte di accesso, una rivolta verso occidente, ossia verso Pagazzano e Treviglio e l’altra rivolta verso settentrione, cioè verso Bergamo. Morengo viene presentato come un vero e proprio “castello” come viene ricordato in una bolla pontificia del 1186.
Il Vescovo Barozio dichiara nel 1461 che nella terra di Morengo si tiene un mercato grazie ad una concessione di un duca di Milano fatta nel 1395. Tale concessione viene rinnovata dopo l’anno 1419 ad Antonio e Cecco Guastafamiglia. A causa di guerre di incursioni di soldati il suddetto mercato viene disturbato e persino impedito, cosicché questo paese di Morengo, situato tra il territorio cremonese e quello della Gera d’Adda, in pianura, resta per la maggior parte spopolato e continuamente devastato, e per questa ragione i suoi abitanti e coloni subiscono gravi danni. Per rimediare a questi danni non resta altro che confermare il predetto mercato e fare in modo che sia conservato in tempo di pace. Nel 1428 il podestà di Bergamo Francesco Foscari verifica che in effetti questo mercato riesce molto utile sia alla città di Bergamo che al suo territorio, poiché vi confluisce molta biada della Gera d’Adda e delle terre circostanti. Alcune persone gli riferiscono che il mercato deve essere collocato per legge oltre 12 miglia dalla città, come avviene per quelli di Martinengo e di Romano che sono lontani, e infatti Morengo dista 14 miglia da Bergamo dunque la sua fiera non è dunque la sua fiera non è dannosa per quella città. Per questa ragione in data 23 agosto 1428 viene ufficialmente riconfermata la possibilità di tenere questo mercato.
Nel 1602, inoltre, viene confermato dalla Repubblica il privilegio del vescovo di Bergamo di eleggere a Morengo un “podestà”, figura di cui si lamenta nel successivo 1633 lo scarso impegno nel provvedere al controllo del Fosso Bergamasco, il canale che funge da confine del territorio veneto e che scorre non lontano dall’abitato di Morengo, verso Pagazzano. La figura del podestà quindi, non riveste solo un ruolo formale ma comporta doveri precisi relativi al controllo e alla salvaguardia del territorio, di cui pare uno dei principali responsabili.
E come è noto, nulla della proprietà feudale può essere usato dagli abitanti senza autorizzazione dei padroni, tanto meno il legno o i rami degli alberi, pena gravi ritorsioni da parte dei feudatari, e il povero Zampiero non fa eccezione a questa dura regola. Su di essa è imperniato il celebre film di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli”, ambientato proprio nella pianura bergamasca in un’epoca compresa tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando quella norma ancora in vigore condanna (nella storia cinematografica) all’esilio dalla propria casa un’intera famiglia il cui padre si era reso colpevole del “furto” di un albero con cui realizzare gli zoccoli al figlio.
È il 16 novembre 1668. Giovanni Andrea e Carlo Vincenzo, rispettivamente zio e nipote della famiglia del “baroni” Giovanelli, acquistano dalle Procuratie veneziane di San Marco la metà della Contea di Morengo e Carpeneto. Infatti è grazie all’imperatore Rodolfo II che i Giovanelli fanno il primo passo della loro scalata araldica, e da allora in avanti devono essere “per nobili tenuti” come quelli veri che hanno quattro avi paterni tutti nobili. La loro partecipazione è relativa alla nobiltà bergamasca, cui per il momento vengono iscritti con la dotazione di uno stemma. Sicuramente in questo contesto economico i Giovanelli devono aver preso contatti diretti con al Serenissima, così da giungere all’acquisto da essa direttamente della florida contea di Morengo nel 1668, lo stesso anno in cui passano dalla nobiltà bergamasca a quella veneziana. Pochi anni dopo i Giovanelli hanno l’onore di ritrovarsi parenti del pontefice Innocenzo XI, salito al soglio nel 1676, la cui nonna materna era Giulia Giovanelli, di Gandino. Nel XVIII secolo la produzione laniera bergamasca fa registrare qualche cedimento a causa di politiche sfavorevoli ai prodotti locali e all’importazione di lane provenienti da altre regioni meno pregiate ma concorrenziali nel prezzo.
I Giovanelli, con il vescovo di Bergamo, finanziano una scuola frequentata dai ragazzi del paese, figli dei loro affittuari e infine non fanno mai mancare un contributo economico alle ragazze che si sposano: quasi mensilmente infatti compaiono “elemosine per il collocamento” delle giovani.
I Giovanelli non mancano mai di retribuire i morenghesi per i lavori particolari come quello di “spredare” i campi, lavoro specificatamente femminile. Nel 1797 pagano persino uno speciale intervento per la sicurezza degli abitanti “…pagati per spese fatte in otto giorni che furono costì n. 12 Dragoni Francesi mandati dalla municipalità di Bergamo per arrestare alcuni ladri e cingari (cioè zingari) che si trovavano in codeste cascine e questa spesa sormontando di più del convenuto come da Poliza in filza, e cioè per le due terze parti della metà..”
Nonostante la situazione politica generale tormentata del nostro Ottocento, per il paese di Morengo continua la prosperità economica che è stata registrata nei secoli passati. Sappiamo che a Morengo si allevano bachi da seta e conosciamo dalle mappe l’ubicazione del suo mulino, dunque questo tipo di descrizione si adatta perfettamente alla realtà del paese, che fa parte del XIX secolo del III Mandamento più tardi chiamato, insieme ad una parte del territorio di Treviglio, “Geradadda” dal nome latino della zona “Glarea Abduae”.
S’intende che la prosperità che interessa Morengo in questo periodo non investe la popolazione del paese, sempre costretta a versare nelle casse dei proprietari buona parte del raccolto e le “fittanze” per i campi e le abitazioni
D’altra parte già nel 1856 il parroco aveva dichiarato in una sua relazione alla curia che “La Parrocchia di Morengo per il numero delle anime e di otto cassinaggi lontani e dispersi non può a meno di non tenere un coadiutore al quale per non esservi fono la Fabbriceria delle limosine soppiattamente gli assegna lire 60 annue”.
L’antica cinta muraria del borgo è andata completamente distrutta; rimangono solamente alcuni resti murari del fortilizio centrale, ancora visibili presso la corte Giovanelli di San Stae.
Nei pressi della corte sorge il palazzo Giovanelli, sede municipale. Edificato nel 1669 come residenza dell’omonima famiglia, presenta un loggiato ad archi, nonché portali in pietra di Sarnico.
Di fronte all’edificio è collocata la chiesa parrocchiale del Santissimo Salvatore, che risale, nelle sue forme, alla seconda metà del XVIII secolo. All’interno si possono ammirare alcuni dipinti che riproducono opere importanti di scuola veneziana, eseguiti per conto della famiglia Giovanelli.
Infine meritano menzione anche l’oratorio della Santa Casa di Loreto, dove si trova la Madonna Nera, la chiesetta di San Rocco, posta al centro di una rotonda sull’omonima via , si celebrano le benedizioni degli animali e la chiesetta di San Giovanni, posta all’inizio del viale del cimitero, tutti di piccole dimensioni, ma molto caratteristici.
Pollo alla Morengo
Questa è una ricetta a base di pollo quasi dimenticata della tradizione bergamasca, Morengo è un Comune in Provincia di Bergamo. La sua particolarità è la cottura in umido che rende la carne morbidissima e l’utilizzo della noce moscata.
Ingredienti: Mezzo pollo fatto spellare e tagliare in pezzi dal vostro macellaio, un bicchiere di vino bianco, 4 cucchiai di olio EVO, il succo di un limone, una noce di burro, sale, mezzo cucchiaino di noce moscata, un cucchiaio di farina 00, un bel ciuffo di prezzemolo tritato
Procedimento: mettere il pollo in una ciotola con il vino, l’olio, il sale, il limone e la noce moscata e far marinare in frigorifero per 2 ore; togliere i pezzi di pollo e metterli in una padella antiaderente con il burro e rosolare fino ad una bella doratura; irrorare il pollo con il liquido di marinatura, continuare a cuocere e quando il liquido si è asciugato aggiungere del brodo o dell’acqua abbondante (deve quasi coprire i pezzi di pollo); far cuocere coperto per circa 45 minuti o finché la carne vi sembra tenera; cinque minuti prima del temine della cottura spolverare con la farina e aggiungere anche il prezzemolo; amalgamare il tutto e servire.
La “Festa delle söche”
La “festa delle söche” è un appuntamento fisso del calendario morenghese, celebrata ogni anno in occasione della ricorrenza del santo patrono del paese, San Salvatore.
Per l’occasione, quest’anno il Comune ha organizzato una serie di eventi venerdì 6 agosto, nel pieno rispetto delle normative anti-contagio.

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