GAZZANIGA

Gazzaniga [ɡaʣːaˈniːɡa] (Gageniga [ɡaʤɛˈniɡa] in dialetto bergamasco) è un comune di 4896 abitanti.
I primi resti attestanti la presenza umana sul territorio gazzanighese sono riconducibili dell’età del bronzo. Tra questi, i principali sono stati rinvenuti in alcune grotte poste in posizione elevata nella piccola valle del Rovaro (che scende dal monte Rena nei pressi del confine con Albino ed Aviatico), tra le quali spicca la Grotta Corna Altezza. In essa sono state trovate tracce di frequentazioni e sepolture umane riconducibili all’età del rame e resti di animali quali volpi, marmotte e orsi (l’Ursus spelaeus).
I primi insediamenti risalirebbero invece al VI secolo a.C. quando nella zona si stabilirono popolazioni di origine ligure, dedite alla pastorizia, tra cui gli Orobi. Ad essi si aggiunsero ed integrarono, a partire dal V secolo a.C., le popolazioni di ceppo celtico, tra cui i Galli Cenomani.
Tuttavia la prima vera e propria opera di urbanizzazione fu opera dei Romani, che conquistarono la zona e la sottoposero a centuriazione, ovvero ad una suddivisione dei terreni a più proprietari, a partire dal I secolo d.C. Questa opera assegnò appezzamenti più o meno vasti a coloni e veterani di guerra, di origine o acquisizione romana, i quali bonificarono i terreni al fine di poterli sfruttare per coltivazioni agricole ed allevamento di bestiame.
In ogni caso, durante questo periodo, il centro aveva dimensioni molto ridotte con gli abitanti che si basavano su agricoltura, principalmente nella piana del fondovalle, e pastorizia nella zona collinare. Segni di questa dominazione sono riconducibili alle fortificazioni poste sui colli che sovrastano il centro abitato, tra le quali quella posta in località Castello, dove è collocato il cimitero comunale. Questo ricopriva un’importanza strategica, tanto che vi fu collocato un presidio militare volto a controllare la sottostante via che collegava il capoluogo di Bergamo con l’alta val Seriana, in quel tempo importante centro di estrazione mineraria.
Alla dominazione romana si sovrappose e sostituì quella dei Longobardi, che fondarono il loro nucleo (o Fara) presso quella che è in via Briolini, creando una corte attorno alla quale nei secoli successivi si sviluppò il centro abitato.
Con l’arrivo dei Franchi, avvenuto verso la fine dell’VIII secolo, il territorio venne sottoposto al sistema feudale, con il paese che, al pari di gran parte della valle, venne infeudato al Vescovo di Bergamo. In questa fase del Medioevo, soprattutto a partire dall’XI secolo, ebbe a svilupparsi in modo consistente il primitivo insediamento abitativo che, posto in postazione elevata rispetto alla zona alluvionale di fondovalle, venne circondato da mura di difesa con portoni di accesso. Questo nucleo presenta ancora il proprio impianto medievale, con le strutture abitative edificate con grosse pietre e ciottoli e dotate di logge funzionali all’agricoltura. In esso si svolgeva la vita sociale e pubblica, dal momento che all’estremità Est del borgo vi era la piazza principale, detta del consiglio, nella quale si trovavano la casa comunale, la beccheria (luogo dove si uccidono gli animali e si vendono le loro carni), una taverna, una scaletta dove si tenevano le aste pubbliche ed una chiesetta.
Ed è proprio in questa piazza che i capifamiglia più influenti del tempo si radunavano, prendendo le decisioni più importanti per la comunità. La prima, risalente al 1210, fu la scelta di confederarsi con i comuni limitrofi nella Confederazione de Honio, un’istituzione sovra comunale che aveva il compito di gestire i beni indivisi quali prati, pascoli, boschi, sotto il controllo di un feudatario, incaricato dal vescovo di Bergamo, a sua volta investito dall’imperatore del Sacro Romano Impero.
Il passo successivo fu quello di emanciparsi definitivamente dal giogo feudale, redigendo nel 1240 i primi statuti che diedero il via all’esperienza comunale. Le scelte furono affidate ad un’assemblea chiamata Arengo, composta da uomini di fiducia eletti annualmente, i quali a loro volta nominavano gli addetti ai vari ruoli necessari per dirigere la vita del comune.
Ben presto tuttavia cominciarono a verificarsi attriti tra gli abitanti, divisi tra guelfi e ghibellini, che raggiunsero livelli di recrudescenza inauditi. L’istituzione comunale, schieratasi con la fazione guelfa, dovette subire numerosi attacchi perpetrati dalla fazione avversa, culminati con il durissimo scontro verificatosi nell’anno 1397, durante il quale gran parte dell’abitato fu distrutto ed incendiato per mano ghibellina. Per contro l’anno successivo, il 10 giugno, furono gli stessi guelfi a danneggiare in modo importante gli avamposti ghibellini dislocati sul territorio, incendiando contestualmente anche gran parte dell’abitato.
In quei tempi vennero costruite o ampliate postazioni difensive, che tuttavia non raggiunsero mai dimensioni paragonabili ad un vero e proprio castello, situate in posizioni di controllo sul paese e sulla valle, ubicate sui tre promontori che sovrastano l’abitato. Il colle di san Rocco, il colle del Castello (presso il cimitero) ed il colle del Mozzo, andarono quindi a formare un sistema difensivo tanto importante da essere riportato sullo stemma comunale.
Alla definitiva pacificazione si arrivò pochi anni più tardi grazie all’avvento della Repubblica di Venezia, avvenuta formalmente nel 1428, che diede il via ad un periodo di tranquillità in cui l’intera zona riprese a prosperare, anche grazie alla diminuzione della pressione fiscale e alla maggiore autonomia.
La Serenissima decise inoltre di eliminare tutte le fortificazioni: le torri furono utilizzate come abitazioni e i due principali fortilizi (san Carlo e san Rocco) vennero riconvertiti in edifici religiosi. Il momento positivo permise anche lo sviluppo dell’abitato, che cominciò ad ampliarsi anche al di fuori della zona cintata, spingendosi in direzione di Fiorano e delle località di Rova e Masserini.
Nel frattempo, a partire dal 1435, i confini comunali avevano incluso anche i territori di Rova e Fiorano, con quest’ultimo ritornato autonomo già nel 1476.
Si svilupparono in modo notevole i commerci e vi fu nuovo impulso per l’agricoltura, l’allevamento e l’industria estrattiva, facilitata dalla presenza sul territorio di alcune cave di marmo nero, utilizzato per la costruzione di edifici pubblici e religiosi. A ciò si aggiunse la tessitura della lana e della seta, facilitata dalla presenza della roggia dei molini che, derivata dal corso del fiume Serio, permise l’insediamento lungo il suo corso di tre filande e ben nove filatoi, gestiti dalle famiglie Briolini e Gilberti.
Un violento scossone alla tranquillità della popolazione venne dalla violenta epidemia di peste di manzoniana memoria, che tra il 1629 e il 1631 dimezzò il numero degli abitanti.
Nel corso del XVIII secolo si verificarono prima l’erezione di Orezzo a comune autonomo (1756) poi, in seguito al trattato di Campoformio, il termine del potere della Serenissima, sostituita nel 1797 dalla napoleonica Repubblica Cispadana. Il cambio di dominazione comportò una revisione dei confini, che videro l’unione di Gazzaniga con Fiorano. Unione durata poco, dal momento che già nel 1805 i due comuni vennero nuovamente scissi.
Dopo quattro anni i limiti territoriali vennero nuovamente ridisegnati mediante un’imponente opera di accorpamento dei piccoli centri ai più grandi: in questo frangente Gazzaniga assorbì le vicine realtà di Cene, Fiorano e Orezzo, che riuscirono a riottenere la propria autonomia nel 1816, in occasione del nuovo cambio di governo che vide subentrare l’austriaco Regno Lombardo-Veneto alle istituzioni francesi.
Nel 1827 venne definitivamente sciolta la Confederazione de Honio, con Gazzaniga che acquisì formalmente tutte le terre collinari e montuose ricoperte dai boschi a Nord dell’abitato.
Di grande importanza per l’economia locale fu l’insediamento di un’importante realtà industriale legata alla tessitura della seta e del cotone, che aveva nella famiglia Briolini il principale referente, che portò un notevole incremento sia dei traffici commerciali legati all’indotto che della popolazione, che i pochi decenni triplicò, passando dalle 1.500 alle 4.500 unità.
Un ulteriore impulso venne dall’apertura della Ferrovia della Valle Seriana, che dal 1884 permise il collegamento di merci e passeggeri da Bergamo a Clusone.
Nel 1927 il regime fascista, nell’ambito di una riorganizzazione amministrativa volta a favorire i grossi centri a scapito dei più piccoli, unì nuovamente Fiorano a Gazzaniga. L’unione durò fino al termine della seconda guerra mondiale, quando nel dicembre del 1947 Fiorano al Serio riacquisì la definitiva autonomia.
Nella seconda parte del XX secolo il comune vide un tumultuoso sviluppo sociale, economico e urbanistico, che portò ad inglobare le varie contrade in un unico nucleo, con una soluzione di continuità abitativa che coinvolse anche i limitrofi paesi del fondovalle.
La chiesa parrocchiale di Sant’Ippolito venne costruita nel 1457 e fu inizialmente dedicata alla Natività della Beata Vergine Maria. Conosciuta anche con il nome di “Santa Maria della Misericordia”, per via della congregazione che in essa aveva la propria sede, era sussidiaria della più importante chiesa di San Giorgio presso Fiorano.
Dotata di dimensioni ridotte con uno stile romanico, acquisì notevole importanza a partire dal 1666, anno in cui vi furono traslate dalle catacombe di Roma, le ossa di sant’Ippolito, dono di Giacomo Gelmi, commerciante gazzanighese che aveva trovato fortuna nella città di Venezia.
Numerosi ampliamenti e aggiunte caratterizzarono i secoli successivi. Nel 1710 fu commissionato alla bottega dei Manni un altare, eseguito in marmo nero locale contrapposto a sculture in marmo bianco, per contenere le reliquie, mentre nel 1827, grazie al contributo dell’imprenditore Briolini, la chiesa fu ampliata, con l’aggiunta di due navate laterali e l’arretramento del presbiterio. In seguito a questi lavori, dal 1830 la chiesa fu eretta a ruolo di parrocchiale. Negli ultimi anni del XIX secolo fu portato a termine il campanile, mentre la facciata, al centro della quale spicca il portale eseguito dalla bottega dei Manni, fu completata nel 1954 su progetto di Luigi Angelini.
L’edificio dispone di tre navate, con quella centrale, più alta, dotata di volta a botte, con il presbiterio a pianta quadrata sormontato dalla cupola semisferica con archi decorati. Numerose sono le opere in essa custodite: le tele di Giovanni Brighenti (Nascita di Gesù e Presentazione al tempio), di Vincenzo Angelo Orelli (l’Assunta e la Pietà), di Marino Crespi (Nascita e martirio di sant’Ippolito), del Taragni (Battesimo di Gesù), di Enrico Albrici (Madonna con Bambino) e di Francesco Cavagna (Immacolata Concezione). Interessante è anche la scultura bronzea del Cristo risorto, eseguita da Elia Aiolfi e il Cristo morto di scuola fantoniana.
A fianco alla parrocchiale è presente la chiesa di San Giuseppe, fatta costruire nel 1858 in seguito a una donazione di Margherita Briolini, appartenente alla famiglia di industriali della seta. Al proprio interno si possono ammirare dipinti di Francesco Coghetti e Luigi Galizzi.
Notevole interesse ricopre il Mausoleo Briolini, ormai un simbolo per il paese intero. Situato nella zona presso il confine con il comune di Fiorano al Serio, in un’area fino alla prima metà del XX secolo adibita a cimitero dei due paesi, venne costruito nel 1897 come edificio funebre dell’industriale della seta Decio Briolini e della relativa famiglia, alla quale si devono numerose opere per la comunità, tra cui l’ospedale, l’asilo infantile, le scuole elementari e l’ampliamento della parrocchiale.
Oltre all’interesse storico, che ricorda il periodo della rivoluzione industriale, questo edificio sepolcrale ha anche un importante valore artistico. Realizzato dall’architetto Pandini in marmo di Carrara con stile neogotico, presenta decorazioni e rilievi su fondo a fasce bianche alternate ad altrettante nere, ricavate utilizzando il marmo nero locale.
Oratorio di San Rocco al Lago
Situato a monte del capoluogo, tra la contrada dei Masserini e la val di Plaz, ad un’altezza di 480 m s.l.m., deve il suo nome forse all’esistenza di un piccolo laghetto ormai prosciugato.[8] L’edificio primitivo, strutturato con una pianta a base quadrata, risale all’inizio del XVI secolo, periodo a cui si riferiscono anche gli ex voto affrescati dalla bottega dei Marinoni. Degli artisti seriani sono anche i dipinti a fresco raffiguranti sette santi, posti sulla parete di fondo, così come altri affreschi sulle pareti laterali, con l’aggiunta di altre opere di artisti ignoti. Tra il XVI e il XVII secolo, l’edificio fu sottoposto ad ampliamenti, specialmente dopo la peste di manzoniana memoria, durante la quale la chiesa fu utilizzata come lazzaretto per gli ammalati. Furono costruiti il campanile e la sagrestia, e venne terminata la facciata.
In seguito alle normative napoleoniche, emanate all’inizio del XIX secolo, l’edificio venne progressivamente abbandonato, tanto che venne utilizzato come deposito dai contadini locali. Soltanto a partire dagli ultimi anni del XX secolo vennero decisi interventi volti al recupero della struttura e degli affreschi, che poterono ritornare all’antico splendore a partire dal 2000, anno in cui terminarono i lavori di ripristino.
Oratorio di San Carlo
Le origini di questa edificio sacro risalgono al periodo compreso tra il XV e il XVI secolo, quando una piccola struttura di origine medievale comprensiva di torre, venne sostituita da una cappella votiva. Nel primo documento che ne attesta l’esistenza, datato 1514, è citata con il nome di Oratorio di San Rocco e San Sebastiano al castello, per via del fatto che la località in cui sorge è chiamata appunto “Castello”.
Utilizzata per le funzioni dagli abitanti della località Masserini, a partire dai primi anni del XVII secolo fu dedicata a san Carlo Borromeo, con la torre medievale riconvertita come campanile. Abbandonata in seguito alle leggi napoleoniche, venne utilizzata come ricovero per gli ammalati di colera, palesando un grave degrado. Venne rivalutata a partire dal 1928 quando nella zona adiacente fu decisa la costruzione del nuovo cimitero, del quale divenne la chiesetta per le funzioni funebri.
Le principali iniziative didattiche presenti nel comune, sono il Giardino geologico e il Museo tecnico-scientifico Luigi Pezzera, entrambe curate dalla locale sezione del C.A.I.. Il primo, situato nei pressi della locale stazione dei Vigili del fuoco, e compreso tra la strada SP 35, principale arteria della valle, e lo svincolo Cene-Gazzaniga della stessa, è raggiungibile tramite un ramo della ciclovia della Valle Seriana. In esso sono collocati numerosi monoliti che raccontano l’andamento stratigrafico dell’intera valle, prefiggendosi l’obiettivo di spiegare, anche mediante l’installazione di pannelli didattici, la geologia locale.
Il museo tecnico-scientifico è invece ubicato presso le scuole elementari ed è dedicato alla figura di Luigi Pezzera, maestro elementare deceduto nel 1969, noto per le sue invenzioni. In esso sono state riportate molte delle apparecchiature da lui inventate, con la possibilità di provare a svolgere piccoli esperimenti in svariati ambiti.
Oltre alle sopracitate, numerose sono le chiese presenti sul territorio comunale. Si va dalla parrocchiale della frazione Orezzo, dedicata alla Santissima Trinità e risalente all’inizio del XVII secolo, nella quale spiccano un altare e alcuni intarsi della bottega di Bartolomeo Manni, alla chiesa di Santa Croce sita nell’altra località di Rova. Questa venne edificata nel 1624 in luogo di un precedente oratorio dedicato a san Defendente e possiede opere della bottega dei Manni, dei Marinoni e di Domenico Carpinoni. In quest’ultima località merita menzione anche il piccolo tempietto dedicato al Crocifisso miracoloso.
Nella località dei Masserini è presente la secentesca chiesa della Madonna della “Schisciada”, costruita in memoria del miracolo della schisciada (“pagnotta schiacciata” in italiano) avvenuto nei primi anni del XVII secolo. Immerse nella natura sono la chiesetta del Roncliscione, posta a fianco dell’omonimo torrente nella val di Plaz, nonché la chiesetta della Trasfigurazione di Cristo, ma meglio nota come chiesa di San Salvatore, situata nella verde e nascosta Val del Gru.
Il centro storico di Gazzaniga presenta numerosi edifici che conservano aspetti storici, tramandando la storia rurale del paesi nel corso dei secoli. Un esempio viene dato dalla via Briolini, un tempo cuore della società gazzanighese, che si sviluppa dall’ospedale alla chiesa parrocchiale e presenta due doppie file di edifici colonici uniti gli uni agli altri, ma anche dimore storiche quali le cinquecentesche casa Cuter e casa Guerini, che ancora recano gli stemmi del tempo. Numerose sono inoltre le contrade, tipiche della società rurale che per secoli ha caratterizzato il paese, disseminate su tutto il territorio, da Rova alle località Cattabione e Dossello.
Numerose sono le opportunità per chi volesse passare un po’ di tempo immerso nella natura, con molti sentieri che si snodano sulle pendici delle propaggini circostanti. Tra i principali vi sono quelli contrassegnati con segnavia del CAI numero 521 e 522 che si diramano da Ganda. Il primo raggiunge la località Rova, mentre il secondo raggiunge e percorre la val di Plaz terminando nel centro abitato. Inoltre vi è il sentiero 523 che si dirama dalla località Coldrè (posta a monte di Orezzo in direzione del monte Poieto), raggiunge le località di Osciöl e Dossello per poi discendere nel fondovalle tra Gazzaniga e Fiorano. A questo si interseca la traccia numero 524 che ha origine in località Osciöl e si sviluppa sul versante Nord del monte Cedrina, solcando prima la caratteristica e nascosta val del Gru, intersecando poi la val Gromalt e spingendosi infine fino alle pendici del monte Suchello.

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